
Marcinelle 70 anni dopo.
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Settanta anni fa, mercoledì 8 agosto 1956, a seguito di un grave incendio nella miniera di Bois du Cazier, in Belgio, morirono 262 minatori di cui 136 italiani, emigranti e sfruttati minatori.
Dovremmo ricordarlo noi e gli altri paesi europei ed accogliere e integrare gli emigranti nel nostro ambiente, per motivi umani affinchè non debbano soffrire le vicende a cui siamo stati sottoposti…, anche noi abbiamo necessità di loro.
Quella di Marcinelle è stata la prima grande tragedia della Repubblica Italiana che fece rimarcare la necessità di sicurezza sul lavoro.
É doveroso ricordare questa catastrofe.
In Italia dopo questa ne accaddero altre, la più nota è quella del Vajont 1963 con 1.917 decessi, Seveso 1976 con circa 37.000 persone coinvolte, la morte immediata di 3.000 animali e, nei giorni successivi, furono abbattuti circa 76.000÷80.000 animali per precauzione, al fine di evitare l’ingresso della diossina nella catena alimentare. Studi successivi hanno evidenziato un aumento del rischio di tumori, problemi endocrini e riproduttivi tra la popolazione esposta.
Ancora ricordiamo Val di Stava 1985 con 268 persone decedute.
E poi l‘Amiantifera di Balangero. Essa è una miniera a cielo aperto di amianto situata in provincia di Torino che fu attiva dal secondo decennio del XX secolo fino al 1990 Per l’esposizione al minerale nel solo territorio di Casale Monferrato si riscontrarono 392 decessi per mesotelioma e asbestosi. Tra il 2010 e il 2020 ogni anno in Italia sono decedute per mesotelioma in media 1.545 persone, 1.116 uomini e 429 donne.
Ancora oggi sono milioni i metri quadri di tetti in amianto, sempre più degradati che disperdono nell’atmosfera fibre che inaliamo e necessitano di rimozione o bonifica.
I gravi episodi esposti sono da attribuire a errori umani per mancanza di provvedimenti idonei ad evitare che accadessero. Le condanne dei responsabili non sempre hanno reso giustizia e non resta che commemorare annualmente l’accaduto.
Negli ultimi dieci anni in Italia si è registrata una media di circa 1.200 vittime annue tra decessi in occasione di lavoro e in itinere.
I dati ci raccontano che negli ultimi dieci anni (2015-2024), in Italia si è registrata una media di circa 670 decessi all’anno sul posto di lavoro nei settori: edilizia, agricoltura (con ribaltamento di trattori), logistica e manifattura.
Le cause di questi numerosi decessi sono da attribuire ad una scarsa formazione degli operatori in materia di sicurezza, a pochi controlli da parte delle istituzione per verificare l’osservanza della normativa vigente sul lavoro, l’assegnazione di opere pubbliche senza appalti dove si privilegia il fattore costo e, dove c’è l’obbligo dell’ appalto si ricorrono ai sub appalti e sub sub appalti (per ovvi interessi economici).
Il motivo maggiore è dovuto allo scorretto comportamento di imprenditori che pensano solo al profitto economico senza investire in formazione e sicurezza, per non tralasciare il fenomeno del caporalato e del lavoro in nero.
Da sempre i politici amministratori pubblici promettono, in fase elettorale, di migliorare la vita dei loro sostenitori per poi non mantenere i loro impegni come se non siano consapevoli delle responsabilità che si assumono accettando l’incarico. Forse sono troppo protetti dalle normative che loro stessi hanno approvato.